Per secoli il vino di Procida si è venduto sfuso, senza etichetta e senza nome, e gran parte dell'uva locale — il levante — finiva sulle bancarelle come uva da tavola invece che in cantina. Lo Starza rompe quell'abitudine: presentato nel 2022, anno in cui Procida è stata Capitale italiana della cultura, è il primo vino a denominazione prodotto con uve dell'isola. Va detta subito la cosa che quasi nessuno dice: la denominazione è DOC Campi Flegrei. Una DOC Procida non esiste.
Che vino è
È un bianco. L'uvaggio è 90% falanghina dei Campi Flegrei e 10% levante, vitigno autoctono locale. Il nome viene dalla località Starza, sull'isola, coltivata a vite — secondo il racconto riportato dalle fonti — fin dai tempi delle incursioni saracene.
Il produttore è Biagio Lubrano Lavadera. Il progetto ha coinvolto l'enologo Andrea D'Ambra, della Casa D'Ambra di Ischia, e la vinificazione avviene presso la cantina Farro a Bacoli, sulla terraferma flegrea.
Su note di degustazione, gradazione, annate e prezzi non ho dati pubblicati che io possa verificare, quindi non ne trovi qui. Se leggi altrove descrizioni organolettiche molto dettagliate di questo vino, controlla chi le firma.
Perché la DOC è Campi Flegrei e non Procida
Questa è la parte che genera più confusione, quindi mettiamola in chiaro.
Una denominazione di origine controllata esiste solo se qualcuno l'ha istituita, con un disciplinare, un'area delimitata e un consorzio di tutela. Per Procida non è mai stata istituita. La DOC Campi Flegrei copre invece l'area vulcanica flegrea, e Procida vi rientra geologicamente e amministrativamente: l'isola fa parte dell'arcipelago flegreo.
Quindi la formula corretta è: vino a DOC Campi Flegrei prodotto con uve coltivate a Procida. Non "DOC Procida", che non esiste, e nemmeno "vino di Procida" come se fosse una denominazione protetta. La stessa distinzione vale per il limone dell'isola, iscritto ai P.A.T. ma privo di DOP o IGP: qui i nomi contano e la tutela giuridica è un'altra cosa dalla tradizione.
Viticoltura su meno di 4 km²
Chiamarla viticoltura eroica non è enfasi da comunicato: Procida ha meno di 4 km² di superficie, densamente abitati, con terrazzamenti piccoli, orti murati e nessuna possibilità di meccanizzazione seria. La vigna compete con le case, con i limoni e con i carciofi per gli stessi metri quadrati.
La storia agricola aiuta a capire perché un vino d'isola non fosse mai nato prima. Il levante era ed è in gran parte venduto come uva da tavola, che rende subito e non richiede cantina; il vino restava produzione domestica, venduto sfuso ai vicini. Serviva un progetto esterno, con enologo e cantina sulla terraferma, per arrivare a una bottiglia con l'etichetta.
La conseguenza pratica è che i numeri sono piccoli. Non aspettarti di trovarlo in ogni carta dei vini dell'isola.
Perché arriva solo nel 2022
Il 2022 è l'anno in cui Procida è stata Capitale italiana della cultura, e il vino è stato presentato in quella cornice. La coincidenza non è casuale: un progetto del genere ha bisogno di attenzione, di investimento e di un motivo per esistere in un momento preciso.
Prima non c'era nessuna spinta a imbottigliare. La vite sull'isola c'è sempre stata, ma il vino restava una faccenda domestica: si vendeva sfuso, ai vicini e ai locali, senza etichetta e senza controlli. L'uva levante, poi, aveva un mercato migliore da fresca — sulle bancarelle, come uva da tavola — che in cantina.
Per arrivare a una bottiglia servivano tre cose che sull'isola non c'erano: un enologo, una cantina attrezzata e una denominazione a cui appoggiarsi. Le prime due sono venute da fuori, da Ischia e da Bacoli; la terza esisteva già, ed è quella dei Campi Flegrei.
Il risultato è un vino che racconta bene la scala delle cose qui: pochi ettari, poche bottiglie, e un'operazione che sarebbe stata impensabile senza la terraferma a due miglia di distanza.
Dove berlo, e cosa fare se non c'è
La disponibilità nelle carte dei ristoranti non è documentata in modo affidabile, e non ti do un elenco che non posso verificare. Il consiglio è di chiederlo direttamente: nelle cucine strutturate del porto, come Re Ferdinando o La Medusa, la domanda ha senso; nei locali di Corricella come Caracalè pure.
Se non c'è, la sostituzione ovvia è un'altra falanghina dei Campi Flegrei, che è poi la stessa uva sulla stessa terra vulcanica, a poche miglia. Non è un ripiego: è il vino di riferimento di questo tratto di golfo, e sta bene con quasi tutto quello che mangi qui.
Con che cosa berlo
È un bianco di zona vulcanica costiera, e il suo lavoro è con il mare: pesce crudo, fritture, primi di ricci quando ci sono, polpo alla griglia.
Funziona anche con l'insalata di limoni, che è un abbinamento meno scontato di quanto sembri: il piatto porta acidità e olio, e un bianco fresco regge senza scomparire. Con il coniglio alla procidana, asciutto e dominato dal rosmarino, un bianco strutturato se la cava meglio di un rosso tannico.
Servilo freddo ma non ghiacciato, intorno ai 10–12 gradi. Sotto quella soglia perdi tutto quello per cui l'hai ordinato.




